Stupefacenti. Il Diritto di sapere.

Avete mai pensato a cosa vi succederebbe se la Polizia, durante una perquisizione domiciliare in casa vostra, scoprisse che il vostro coinquilino detiene della droga a vostra insaputa?

Beh, direte voi. Basterebbe dichiarare di non sapere nulla. Non è proprio così.

Potreste dire di essere estranei a tutto, è vero, ma non è così semplice come pensate.

Innanzitutto, devono essere distinti due concetti chiave: la connivenza, ovvero il tacito consenso o tolleranza nei confronti di azione colpevole, da un lato. E il concorso di persone nel reato di detenzione e spaccio di stupefacenti, dall’altro. Per intenderci, una cosa è sapere che il mio amico spaccia (connivenza). Ben altra è aiutarlo nella sua attività illecita (concorso nel reato). La prima condotta non è punibile. La seconda sì. Ma stabilire dove finisce la connivenza e dove inizia il concorso nel reato non sempre è facile. Anzi.

A riguardo, con una recentissima sentenza (Cass. Pen. 146/2018) è stato stabilito che “in tema di detenzione di sostanze stupefacenti la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto va individuata nel fatto che la prima postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo causale alla realizzazione del reato, mentre il secondo richiede un consapevole contributo positivo – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente” (Cass. Pen., n. 34985/2015). In questo caso la Cassazione ha ritenuto responsabile il titolare dell’abitazione che aveva offerto ospitalità al detentore dello stupefacente, consentendogli l’uso di una cantina per custodire la droga e che, al momento della perquisizione, aveva tentato di occultare le chiavi dell’autovettura all’interno della quale erano custodite le chiavi della predetta cantina.

La condotta di concorso può manifestarsi in comportamenti che agevolino la condotta illecita, anche solo assicurando all’altro concorrente stimolo all’azione o un maggior senso di sicurezza nella propria condotta, palesando chiara adesione alla condotta delittuosa. Offrendo disponibilità ad un ragazzo nella nostra abitazione faciliteremmo la condotta delittuosa altrui, agevolando la detenzione della droga e ponendo in essere un comportamento funzionale alla protrazione del reato. In altri termini, assicurando al nostro amico una certa sicurezza, e garantendo, anche implicitamente, una collaborazione in caso di bisogno, in modo da consolidare la consapevolezza nell’altro di poter contare su una propria attività di collaborazione, apporteremmo certamente un contributo eziologicamente rilevante alla commissione del reato.

Sul punto – sulla scorta dei principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità – va rilevato che non è ipotizzabile un concorso nella detenzione nell’ipotesi di semplice comportamento negativo che si limiti ad assistere passivamente alla perpetrazione del reato e non ne impedisce od ostacola in vario modo la esecuzione, poiché non sussiste in tale caso un obbligo giuridico di impedire l’evento (in relazione all’art. 40, comma 2, cod. pen.); in particolare, in caso di detenzione operata all’interno di un domicilio, la sola mancata opposizione alla detenzione stessa non costituisce segno univoco di partecipazione morale mentre, di contro, per la configurazione del concorso, è sufficiente la partecipazione all’altrui attività criminosa con la volontà di adesione, che può manifestarsi in forme agevolative della detenzione, consistente nella consapevolezza di apportare un contributo causale alla condotta altrui già in atto, ed assicurando all’agente una certa sicurezza ovvero garantendo, anche implicitamente, una collaborazione in caso di bisogno, in modo da consolidare la consapevolezza nel concorrente di poter contare su una propria attiva collaborazione.

Ne consegue, pertanto, che integra invece l’ipotesi di c.d. connivenza non punibile una condotta meramente passiva, consistente nell’assistenza inerte, inidonea ad apportare un contributo causale alla realizzazione dell’illecito, di cui pur si conosca la sussistenza, mentre ricorre il concorso nel reato nel caso in cui si offra un consapevole apporto – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito dei concorrente (tra le più recenti sul tema, Cass. Pen. sez.VI, 29.10.2013, n.47562; Cass. Pen., sez.III, 16.7.2015, n.34985; Cass. Pen., sez.III, 22.9.2015, n.41055).

In queste ipotesi, gli elementi fattuali che verranno valorizzati dal Giudice saranno da un lato, le modalità di detenzione della sostanza e del materiale atto al confezionamento (se custoditi ad esempio in modo del tutto visibile) e, dall’altro, se l’utilizzazione dei locali al fine di custodire e confezionare lo stupefacente sia avvenuta con il pieno consenso degli aventi diritto.

Quindi, cari amici, occhi aperti perché fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio!

Gabriella Motta

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