THE SOCIAL NETWORK di David Fincher

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di Salvatore
Di Venti

Titolo originale: The Social Network
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2010
Durata: 121 min
Rapporto: 2,40:1
Genere: biografico, drammatico, commedia
Regia: David Fincher
Soggetto: Ben Mezrich
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Produttore: Dana Brunetti, Ceán Chaffin, Michael De Luca, Scott Rudin

Se dovessi raccontarvi il mio primo impatto con Facebook, vi direi che quello che sin da subito mi turbava era l’incongruenza che esisteva tra i miei atteggiamenti sul social network e quelli che abitualmente assumevo nella realtà.

“È così – dicevo – è normale. Che male c’è nel rivolgersi a utenti di una piattaforma con toni del tutto differenti da quelli che uso nella realtà? O a contattare persone che non incontrerò mai nella vita o che ancora peggio, incontro e non saluto?”

Si cresce, e la risposta alle mie domande maturata in questi anni nella mia mente è una: 

“Ho utilizzato il più famoso social network, Facebook appunto, come il barattolo di spinaci da cui Popeye trae la sua forza e senza il quale non avrebbe mai potuto battere il suo nemico, il malefico Bruto. O forse Facebook per me è stato come la finta pozione magica che nel film Space jam Bugs Bunny somministra ai compagni di squadra, spacciandola per una pozione che li avrebbe aiutati a ritrovare i poteri assopiti e a vincere la partita. Che in realtà era solo acqua. Insomma, potrei dire che Facebook è stato quello strumento che mi ha permesso spesso di battere la mia timidezza.”

Un primo impatto del tutto strano, anche se non troppo paragonato al primo impatto dell’ideatore stesso di Facebook, Mark Zuckerberg, con la sua creatura, di cui il regista David Fincher in The Social Network ci racconta la storia mettendo in scena tutte le fasi salienti, dalla creazione della famosa piattaforma al suo successo mondiale.

Il film è quasi un “vi spiego come nasce Facebook, così capite con cosa avete a che fare”. È una sorta di manuale di istruzioni, che grazie alla trama avvincente e a un’ottima sceneggiatura firmata da Aaron Sorkin, riesce a coinvolgere lo spettatore e a tenerlo incollato allo schermo. La pellicola ricorre alla tecnica del flashback: i due ex amici fondatori del social, Zuckemberg e Saverin, raccontano, al cospetto degli avvocati, la loro versione della storia.

Il regista dichiara di aver chiacchierato prima con tutti gli individui coinvolti e di aver messo in scena una storia che raggruppa i loro diversi punti di vista. La storia in linea di massima rispecchia la realtà dei fatti, anche se con qualche omissione, ma consiglio comunque prima della visione del film di documentarsi sulle vera vicenda per capire meglio cosa del film stesso portarsi dentro e cosa no.

La chiave per una corretta lettura del film è l’analisi del protagonista, interpretato da Jesse Eisenberg, non soffermandosi solo alle caratteristiche messe in scena, ma spulciando un po’ anche su quello che si trova in giro del vero Marck Zuckerberg. Il regista lo descrive come il nerd sociopatico, vendicativo e sleale con il socio e migliore amico, in verità Zuckerberg appare come un tipo equilibrato, ottimista e mai arrabbiato. La cosa che accomuna le due figure, il personaggio e la persone, è certamente il grande talento da programmatore e gli strascichi di insicurezza tipici di quasi tutti i giovani pieni di voglia di vivere e che provano a mettersi in gioco per realizzarsi nella vita.

Questo suo talento sappiamo benissimo dove lo ha portato, ad oggi è uno degli uomini più ricchi al mondo, ma a spingerlo all’invenzione di Facebook non sono stati solo talento e passione, ma anche insicurezza e voglia di riscatto nei confronti di una vita, che per quanto sua, non sentiva adatta a lui. Tutte queste caratteristiche sembrano essersi installate e nascoste all’interno della piattaforma, pronte a catturare qualche utente più fragile.

Volendo fantasticare un po’ sulla vita reale di Zuckerberg e su quello che emerge dal film, potremmo paragonare Facebook al quadro di Dorian Gray: Zuckemberg resta un uomo perfetto e tutte le sue cattive azioni compiute nella scalata verso il successo vengono assorbite dal social network.

Se invece vogliamo essere sinceri con noi stessi, ammettiamo semplicemente di essere di fronte a un genio della telematica, al fondatore di una delle piattaforme virtuali più famose al mondo e di conseguenza di una grande famiglia, che nel tempo si sarà fatto anche parecchi nemici ma d’altronde non arrivi ad avere 500 milioni di amici senza farti anche qualche nemico.  E noi, invece, vittime delle nostre insicurezze viviamo con la convinzione di poterle mettere da parte grazie ai like guadagnati con una foto o con un post, forti della corazza che abbiamo deciso di indossare, lo schermo, e della spada che imbracciamo, la tastiera, incapaci poi di argomentare le nostre idee e difendere i nostri ideali quando a dividerci dagli altri c’è solo un tavolo e magari un buon bicchiere di vino, e non più uno schermo. 

Facebook non è una pozione magica che ci rende più forti e più belli agli occhi degli altri, come direbbe Bugs Bunny, con quella sua voce da saputello, «È solo acqua!» che dobbiamo imparare a bere nelle giuste dosi. 

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