Tutto parte dalla “testa”

di Valerio Adamo

Non è sempre scontato riuscire a comprendere quanto lavoro ci sia dietro un risultato: progettazione, investimento, rischio, sacrificio e studio.

Le grandi società, grandi aziende, sono solite raggiungere obiettivi impensabili per altri. Perché palesano una potenza economica assolutamente dominante, ma anche perché tendono ad una progettualità a lungo termine che riesca a garantire uno standard elevato di vittorie e quindi di introiti. Le potenze europee come Barcellona e Real Madrid affondano le loro radici nel secolo scorso con i castigliani figli di una grande tradizione e i blaugrana figli di una filosofia che ancora oggi incanta chiunque si fermi ad osservare le loro azioni corali all’insegna della tecnica e del possesso palla. Questo, solo per fare alcuni esempi, perché tornando all’interno dei confini dello stivale potremmo accennare al Milan di Berlusconi, alla prima Juventus degli Agnelli, all’Inter di Moratti.

Ma interroghiamoci su cosa necessitano oggi le grandi squadre per rimanere al passo con le altre.

Pensare che i club li facciano i calciatori sarebbe un errore da lasciare a chi crede ancora all’esistenza di Babbo Natale, perché oggi più che mai viviamo la realtà “d’azienda” sui campi da calcio. Ciò che serve è offrire visibilità al prodotto, motivo per cui l’Inter sin dall’avvento di Thohir ha rivoluzionato l’area marketing puntando su esperti del mestiere che hanno portato il Manchester United ad essere la squadra più seguita al mondo. Volente o nolente, i social media, rappresentano il mezzo pubblicitario più potente, ormai le locandine, le radio, i giornali, rappresentano una parte dell’informazione quasi passata, che vive e sopravvive per tradizione e per nostalgia dei tempi che furono. Un altro esempio lampante fu la modifica allo scudetto della Roma che apportò sin da subito il presidente James Pallotta inserendo il nome della città per renderla riconoscibile in tutto il mondo, mentre quello storico conteneva soltanto le iniziali, i colori sociali e la leggendaria lupa.

Un altro tormentone del momento è rappresentato sicuramente dalle plusvalenze e dai pareggi di bilancio, motivo che spinge le società ad investire su dei calciatori giovani non per tenerli in rosa ma per fare in modo che essi, crescendo in prestito in squadre definite “piccole” in cui possono esprimersi senza il peso della maglia che indossano, possano essere poi rivenduti al miglior offerente facendo in modo che i soldi vincano sulla fidelizzazione , sul sentire in corpo “una seconda pelle” citando l’ex capitano della Roma Daniele De Rossi. Giochi di scacchi che rendono i procuratori sempre più padroni di questo sport e i calciatori sempre più pedine di scambio e mezzi grazie a cui raggiungere obiettivi societari.

Ultimo, non per importanza, lo stadio di proprietà. Le squadre inglesi hanno degli introiti decisamente sopra la media europea proprio perché lo stadio garantisce degli incassi fissi che permettono di spendere nelle varie sessioni di mercato.

In Italia, escludendo dalla classifica la Juventus che, al momento, non ha rivali, merita un encomio l’Inter perché ha messo in atto il miglior piano che possa portare a risultato certo, cioè: partire dalla testa, perché comincia, sempre, tutto dalla testa!

Progetto nuovo stadio di Milano

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