Tutto questo non lo dimenticherò mai

di Enrico Vallaperta

13 mesi… sono passati 13 mesi da quando sono rientrato da Raqqa, in Siria. Mi sembra tantissimo tempo, tante cose sono successe in questi mesi, altre missioni, Iraq in particolare, ma quanto ho visto là non si può dimenticare.

Era il 2 gennaio dello scorso anno quando sono partito per un’altra missione con Medici Senza Frontiere: 3 mesi a Raqqa con il compito di organizzare un punto di primo intervento per la popolazione che stava rientrando nella città, liberata da solo 40 giorni dopo un intenso bombardamento che l’ha completamente distrutta.

Quando arrivo alcuni colleghi sono già a Raqqa da una ventina di giorni per assicurare, in particolare, i generi di prima necessità a chi rientra: acqua potabile e coperte. È  inverno, fa freddo, si arriva a 2 gradi durante la notte e non c’è acqua corrente né elettricità.

Oltre alle mille sfide che si hanno nel ritrovarsi di fronte a una città fantasma, completamente bombardata e distrutta, c’è un’altra emergenza: le case e le strade sono disseminate di IED (Improvised Explosive Device), ordigni esplosivi improvvisati, ovvero bombe realizzate con materiali non convenzionali. Ce ne sono dappertutto, dentro i mobili, nei frigoriferi, dietro alle porte, sotto i letti, nei giocattoli, sono ovunque e sono fatti per mutilare, non per uccidere.

Penso sia facile immaginare cosa possa succedere quando la popolazione rientra in città con l’obiettivo di togliere le macerie dalle proprie abitazioni, cercare di rendere abitabile quella che prima era una casa e ora un cumulo di rovine… ma ovunque ci sono ordigni pronti a esplodere.

È questa la nuova emergenza per queste persone che hanno perso tutto quello che avevano, lavoro, casa, beni, amici, parenti, famigliari, sogni e speranze: cercare di non rimanere mutilati mentre si prova a far ripartire la propria vita.

A inizio Gennaio a Raqqa ci sono ancora poche centinaia di persone, sono i primi che rientrano in città. Ci sono anche medici e infermieri che prima lavoravano nel grande ospedale universitario e ora lavorano con noi nell’unico presidio sanitario nella città all’interno di un’abitazione sistemata alla bell’e meglio per poter assicurare il primo soccorso a chi rimane coinvolto nell’esplosione di un IED. Solo chi, dopo un iniziale trattamento, sarà in condizioni sufficientemente stabili per affrontare un trasferimento in “ambulanza” di più di due ore verrà trasportato a Tal Abyad, al confine con la Turchia, dove Medici Senza Frontiere ha un ospedale in grado di assicurare il trattamento chirurgico definitivo. Per gli altri, purtroppo, non c’è nulla da fare.

In poco tempo queste poche centinaia di persone rientrate a Raqqa aumentano, diventano migliaia, rientrano le famiglie, i bambini… e spesso sono proprio loro le vittime delle esplosioni.

Nel frattempo i miei tre mesi a Raqqa sono finiti. A inizio Aprile, quando do le consegne al collega francese, che continuerà quanto avevo iniziato, e lascio la città per tornare a casa, si contano più di 100 mila abitanti. Il nostro punto di primo intervento è passato da 3 a 11 letti, abbiamo soccorso oltre 400 persone vittime di esplosione, più di 100 erano bambini. A questi numeri, che da soli fanno già paura, vanno aggiunte tutte le persone e i tanti bambini che non ce l’hanno fatta e sono morti sul posto al momento dell’esplosione, e che alla “clinica” di Medici Senza Frontiere non sono mai arrivati.

Da una parte sono contento di andar via, inizio a fare fatica ad affrontare ogni giorno tutto questo, ma dall’altra parte mi sento un codardo, mi sento in colpa nei confronti di tutte quelle persone che non hanno un’alternativa e vedono la nostra attività – ancora l’unica risposta ai bisogni sanitari della città – come l’unico supporto che il resto del mondo gli sta dando.

No, tutto questo non lo dimenticherò mai…

Enrico
Infermiere
Medici Senza Frontiere

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: