Un 4 maggio che non dimenticheremo.

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di Elisa Di Dio

Dedicato a Shady

Un 4 maggio che non dimenticheremo.
Molti di noi, in questa mattina di sole, stanno per chiudersi la porta di casa alle spalle dopo cinquantacinque giorni di isolamento.
Usciamo.
Si ritorna al lavoro, a una vita con una parvenza di normalità, nel rispetto delle regole, col volto coperto da una mascherina e le mani fasciate da guanti monouso.
“Bisogna imparare a convivere col Virus” si sente dire da più parti, e noi questo mantra ce lo ripetiamo fiduciosi, non so se più con paura o per reale convinzione, consci che a prescindere da ciò che vogliamo, la vita è un gioco imprevedibile e a volte un po’ crudele, all’incrocio fra Volontà e Caso. E dunque, eccoci fuori di casa, in un mondo solo all’apparenza uguale a prima, un mondo che chiede di essere ripopolato innanzitutto con maggiore rispetto. Un fatto è certo, bisognerà uscire in qualche modo dal nostro ipertrofico immaginario cresciuto a dismisura, fatto di ansie, dubbi, stati d’animo che si sono sedimentati e alternati nell’arco di questo periodo anomalo, fra preoccupazioni reali e paure da contenimento. Impareremo forse a contare i giorni operando una sorta di cesura netta, come per gli anni avanti e dopo Cristo: prima e dopo il tempo della Grande Quarantena.

Quali saranno gli effetti sul breve e sul lungo periodo di questa pausa forzata sui sistemi sociali, economici, sulla nostra dimensione interiore, non è ancora dato di sapere: lo scopriremo vivendo.

Prima di congedarci da questa stagione della nostra vita, vissuta in un afflato collettivo e globale, spero che non venga dimenticata, però, una storia emersa negli ultimi giorni della quarantena, una storia apparentemente marginale ma che tale non è, se non altro perché dobbiamo credere nel valore della memoria, se non altro perché, per capire qualcosa in più di questa storia, mi sono dovuta documentare su testate di controinformazione rispetto a quelle mainstream che hanno dato la notizia in maniera sin troppo sbrigativa.
In questi giorni il protagonista indiscusso sui media è il Covid-19, ogni attenzione è rivolta al Virus, ma è indubbio che la narrazione dei misfatti dei regimi dittatoriali di Paesi a noi vicini disturba da sempre più di un soggetto, sia a livello politico che imprenditoriale, e tenendo conto che spesso la stampa non brilli in Italia per indipendenza, dà l’idea di quanto sia difficile trovare approfondimenti su determinati fatti.

Sabato mattina, dal carcere di Tora, alla periferia sud est del Cairo, è stata diramata la notizia della scomparsa di Shady Habash, ventiquattro anni, regista egiziano, morto durante la detenzione, cominciata nel 2018, per un motivo sconcertante ma reale: Shady era il filmaker che nel 2018 ha girato il videoclip di un artista abbastanza famoso in Egitto, Ramy Essam, cantante sempre molto critico nei confronti del regime di Abdel Fattah Al-Sisi, Presidente-Generale in carica dal 2014, arrivato al potere dopo elezioni contrassegnate da un golpe, pesanti irregolarità, brogli, fatti di sangue e atti di destabilizzazione. La canzone si intitola Balaha, che in arabo significa “dattero”, nomignolo dispregiativo con cui viene designato il presidente egiziano che ha fatto piombare l’Egitto nella dittatura e nello smantellamento di ogni parvenza di libertà nella vita del Paese, col sostegno di parti consistenti della società egiziana che vedono in lui una presenza temuta e rispettata, in grado di frenare l’onda del fondamentalismo jihadista. A girare il video era stato proprio il giovanissimo Habash, arrestato prontamente per questo motivo, con l’aggravante, secondo il capo d’accusa che gli è stato costruito addosso, di essersi unito a un gruppo di terroristi pronti a rovesciare il regime.

Niente di più falso, ovviamente.

La repressione delle voci dei dissidenti passa attraverso la censura della libera espressione artistica, primo baluardo di autonomia del pensiero ad essere schiacciato e travolto dalla violenza.

Ramy Essam, oggi esule in Svezia, ha raccontato nei dettagli la vicenda che ha condotto Shady alla detenzione e alla morte in un carcere oramai tristemente famoso perché fra le sue mura si consumano violenze e torture nei confronti degli oppositori alla leasdership di Al-Sisi, nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica occidentale, anche italiana, a parte alcune isolate voci che di tanto in tanto, cercano di risvegliare le coscienze e di tenere viva l’attenzione su fatti che avvengono non troppo lontano da noi, in un Paese con il quale intratteniamo relazioni commerciali: questo fa ancora più male, perché spesso le omissioni hanno il sapore amaro del silenzio imposto per ragioni di opportunità.
C’è chi, come Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, si domanda come si possa ancora ritenere l’Egitto un Paese sicuro. Nonostante le molteplici denunce contro le pesanti violazioni dei diritti umani attuate dal governo egiziano, il legame fra Egitto e Italia non è mai stato messo seriamente in discussione. Basti pensare che al Cairo rimane aperta l’ambasciata italiana.

Nello stesso carcere di Shady, dopo un periodo passato a Mansoura, intanto sconta la sua detenzione da più di tre mesi, oramai, anche Patrick Zacki, attivista per i diritti umani e studente dell’università di Bologna; anche per Patrick, come per Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto, periodicamente si leva qualche voce indignata, prima fra tutti quella dei familiari, e di diverse organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, poi tutto ripiomba nel buio.

Il silenzio sulla sua condizione era quello che temeva più di ogni cosa Shady Habash che in un messaggio fatto recapitare alla famiglia aveva spiegato l’incubo nel quale era caduto:

“Prima cerchi di resistere, poi di non impazzire dopo essere stato buttato dentro una cella e dimenticato, senza sapere se e quando ne uscirai”.

Le ultime ore di Shady secondo le cronache sfuggite dalle maglie della censura egiziana, nella ricostruzione fornita dall’avvocato difensore, sono state contrassegnate dallo strazio delle sua agonia: a seguito di un probabile attacco depressivo legato alla detenzione che si trascinava oramai da ottocento giorni, il giovane avrebbe ingerito del detersivo o forse un liquido corrosivo, o dell’alcool per disinfettare.
Si sarebbe trattato di un disperato atto dimostrativo, più che di un tentativo di suicidio.
Fatto sta che, nonostante le urla durate tutta la notte fra venerdì e sabato, le guardie e le autorità carcerarie non hanno ritenuto necessaria né una visita né il ricovero in un ospedale. Dopo ore di dolori atroci, è finita così la vita di Shady Habash. Alla madre è stato comunicata la morte del figlio nel linguaggio freddo e impersonale della burocrazia e consegnato il corpo, seppellito in un cimitero a est della città.

Prima che la vita in ripresa si mangi ogni ricordo di questi giorni di contenimento, mi piace pensare che un pensiero ancora si possa donare alla memoria di un artista morto in tempo di regime. E una preghiera, infine, per noi. Definiamolo come vogliamo il tempo vissuto fra le mura di casa, ma no, vi prego, per rispetto a Patrick, ancora in carcere e per il quale dovremmo cercare di protestare di più, affinché venga scarcerato, per rispetto a Shady, appena scomparso, per rispetto alla memoria di Giulio Regeni, diamo il nome giusto a ogni condizione.

Carcere, tortura, regime, sono parole con un peso specifico che a volte incidono sulla pelle di chi li vive un vero e proprio marchio di fuoco, non metaforico, ma reale.

La memoria teniamola viva per dare valore alle parole in relazione al qui e all’ora che ci è dato vivere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di tenere alta l’attenzione e di restituire luce a quel tanto, troppo, di opaco che permane nel nostro sistema che, va detto, comunque gode delle garanzie presenti nel dettato costituzionale. Sembra scontato, ma è da lì che dobbiamo ripartire, sentendo quella Carta come una cosa viva da difendere e calare nella nostra vita. C’è un’Italia che, ora più che mai, chiede un impegno ulteriore in termini di intelligenza, partecipazione al dibattito politico sociale, ricostruzione di una rete di diritti negati, anche quelli fondamentali, e che sono stati erosi progressivamente senza che quasi ce ne accorgessimo, a cominciare dalla Sanità, dall’ambiente, dalle tutele legate al lavoro, e alle scelte di vita individuali.

E ora, andiamo, chiudiamoci questa porta alle spalle, proviamo a ricominciare.

Restando umani, sempre.

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