Una meravigliosa allucinazione collettiva: Il teatro degli orrori

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di Pino Puglisi

Sono passati ormai diversi anni da quando ho assistito a un loro concerto live. Lo ricordo come un’esperienza unica: tanta adrenalina, tantissima carica e ogni parola che pesava come un macigno. A un certo punto del concerto, all’apice della serata, Pierpaolo Capovilla si è buttato in mezzo al pubblico e si è fatto trasportare dalle mani dei suoi fan… Mi è rimasta impressa la faccia del batterista, Francesco Valente, persa nel vuoto ma che continuava a picchiare sulle pelli del suo strumento come non mai, creando un sound incalzante e unico. 

Il Teatro degli orrori era un esperimento, un esperimento che ha funzionato molto bene fino al 2012, poi qualcosa si è spento, è successo qualcosa. Nel 2015 è uscito l’ultimo loro album e poi cinque anni di silenzio, fino ad arrivare alla comunicazione ufficiale a giugno del 2020 che annunciava che il Teatro degli orrori non esisteva più. Qualcuno l’ha definita una meravigliosa allucinazione collettiva, per me Il Teatro degli orrori è stato un pezzo unico della musica italiana nel panorama noise/alternative rock. 

Ai primissimi ascolti la cosa che più colpisce e spiazza è l’uso della lingua italiana da parte del cantante Capovilla, urlava e sputava, mentre citava, rimasticando la loro lingua, i poeti più raffinati di questo pianeta, il tutto circondato da un muro di suono creato dalla band grazie all’impatto travolgente della chitarra di Gionata Mirai, dalla linea di basso di Giulio Ragno Favero e dalla batteria di Francesco Valente.

Una figata unica.

Immagine che contiene persona, tenendo, inpiedi, indossando

Descrizione generata automaticamente

Di A sangue freddo, il secondo album del Teatro degli orrori uscito nel 2009, incuriosisce l’uso eccellente della lingua italiana in strutture musicali che accoglierebbero meglio quella inglese. L’inizio è spiazzante: preceduta da un lungo sibilo elettronico, come un ecg piatto, “Io ti aspetto” è una storia di attesa e di abbandono, lenta e rassegnata. Non c’è tempo di stupirsi dell’insolito romanticismo di Capovilla che subito si viene investiti dal muro sonico grunge-metal di “Due”, trascinante ritorno alle sonorità dell’esordio così come “A sangue freddo”, inno al poeta-attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa ucciso nel 1995, e “Mai dire mai”, una miscela esplosiva di hard-rock. “Direzioni diverse” è una ballata di splendida convivenza tra basi elettroniche, archi e potenti chitarre; “Majakovskij” invece è una rilettura della poesia All’amato me stesso ricca di enfasi poetico teatrale, “Padre nostro” un rabbioso sfogo, e in “Alt” troviamo un Capovilla scatenato in versione Sergente Hartman. L’album si chiude con dieci minuti di “Die Zeit”.

Una carrellata di canzoni che colpiscono lo stomaco e la mente di chi le ascolta, senza mezzi termini. Di sicuro il concerto live è uno spettacolo teatrale incredibile, ma per ora non ci resta che accontentarci delle loro canzoni a tutto volume!  

Foto di copertina di Marco Zuccaccia

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