Una vita in libri: la gestazione. Nel guscio di Ian McEwan.

di Aurora
Lo Porto

A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.”

Volevo dare a questo spazio un’impronta personale, creando dei percorsi da esplorare insieme, seguendo le orme tracciate dai libri che ho amato. Per questa ragione, il primo di questi percorsi inizia proprio con Nel Guscio di McEwan, a rappresentare la fase più primordiale dell’esistenza umana: la gestazione.

Dalle prima pagine salta subito all’occhio l’influenza dell’Amleto, sia nella trama che nei richiami ai nomi dei protagonisti del dramma shakespeariano: Trudy e il suo amante Claude, fratello del marito, ordiscono un piano per assassinare quest’ultimo, poeta bonario ma squattrinato.

La forza dell’intera storia, tuttavia, sta nel punto di vista del narratore. Il nostro Amleto infatti è un feto alla fine del periodo gestazionale, che ci narra la vicenda in diretta dall’utero della bella, seppur malvagia, Trudy: il suo guscio, come recita il titolo.

Il nostro narratore, feto non voluto e consapevolmente privato dell’amore materno già prima di venire al mondo, impotente al cospetto degli intenti omicidi del torbido mondo esterno, ci fornisce una narrazione acuta e accurata dei fatti, pregna di spunti di riflessione sulla società, l’etica e l’identità.

L’espediente narrativo risulta ancora più forte se ci si sofferma a riflettere sulla condizione del feto nel “guscio” materno, al buio. Le descrizioni sono talmente dettagliate da distogliere il lettore da questo dettaglio fondamentale: il romanzo si basa esclusivamente sulla percezione uditiva, sulla cieca onniscenza di questo essere in divenire. È dai suoni, infatti, che il narratore ricostruisce eventi e dettagli del mondo che lo circonda, prendendo parte all’azione, seppur inerme, in quanto elemento che influenza fortemente l’agire dei protagonisti dell’azione.

Sconvolgendo la canonica concezione di “io narrante”, McEwan compie un piccolo miracolo in queste pagine, riconfermandosi una delle penne contemporanee più dotate e regalandoci un dramma che unisce tradizione e innovazione senza lasciarsi dimenticare facilmente.

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