Una vita in libri: l’adolescenza e l’età adulta. It di Stephen King.

di Aurora
Lo Porto

“Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte “Hi-yo, ragazzi” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica arrotolata della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’è sempre una parola. Nel loro caso era impiastri.”

Quando parlo di questo libro premetto sempre che, a mio modo di vedere, si tratta della moderna Divina Commedia per genio, stile e allegorie. Esagerata? Probabilmente. Quel che è certo è che si tratta del libro perfetto per parlare di adolescenza e, al tempo stesso, di età adulta. Provo a spiegarvi perché.

La trama credo sia nota ai più: It è il cattivo, un clown malvagio che si ripresenta ogni 27 anni facendo fuori bambini e adolescenti a ritmi che risulterebbero elevatissimi anche se rapportati ai tassi di mortalità della Gubbio di Don Matteo; i Perdenti (vedi sopra) sono i nostri sette eroi, che combattono contro It per la prima volta alla fine degli anni ‘50 ma, nonostante il mostro batta in ritirata, 27 anni dopo si troveranno a dover tornare a Derry per regolare i conti con Pennywise una volta per tutte.

“Tornare a Derry. Perché avevamo promesso, mi ha detto, ed è vero. Abbiamo promesso. Tutti noi. Da ragazzi. Nel ruscello che attraversa i Barren, tenendoci per mano in circolo, dopo che ci eravamo tagliati i palmi con un pezzo di vetro. Sembravamo un gruppo di ragazzini che giocano ai fratelli di sangue, solo che si faceva sul serio.”

Derry, dicevamo, è il palcoscenico della nostra storia. Un’immaginaria città del Maine, nella quale King ha ambientato diversi dei suoi romanzi e racconti brevi. In ognuno di questi la città è dipinta a tinte fosche: c’è qualcosa di marcio in Derry e si percepisce sin dalle prime pagine di It

“Nell’atmosfera qui a Derry c’è qualcosa di sbagliato. A Derry c’è sempre stato qualcosa di sbagliato.”

Il marcio della città arriva da dentro, viene proprio da It che come un cancro cresce e si nutre dalle viscere di Derry. Famosa e ormai parte dell’immaginario collettivo è proprio la scena del clown che emerge dal tombino per attirare nelle fogne Georgie, bambino in impermeabile giallo all’inseguimento della sua barchetta di carta e, non tanto casualmente, fratello di Bill Denbrough, naturale leader del “Club dei Perdenti”.

La narrazione si svolge su due linee parallele: la prima è ambientata tra il 1957 e il 1958, la seconda, in cui ritroviamo i perdenti ormai adulti, 27 anni dopo. Queste due linee però, in contrasto con la definizione stessa di “parallele”, si toccano, si contaminano fino a mescolarsi indissolubilmente. Ogni capitolo sfuma, come se si dissolvesse, nel capitolo successivo, in un’alternanza di presente e passato senza soluzione di continuità e con un ritmo incalzante che quasi impedisce al lettore di sollevare gli occhi dalle mille e oltre pagine che compongono questo capolavoro.

Grazie a questo espediente, King riesce a riflettere ognuno degli eventi occorsi nell’adolescenza dei perdenti, ognuna delle situazioni che si sono trovati ad affrontare, nella diretta conseguenza che questa ha avuto nella loro vita adulta, come in un gioco di specchi: Beverly rimbalza da un padre violento a un marito violento, l’ipocondriaco Eddie sposa una donna protettiva e asfissiante come la madre, Richie continua a nascondere le insicurezze dietro alle sue buffe voci al microfono di una radio e, nonostante abbiano tutti rimosso il ricordo cosciente dei fatti di 27 anni prima, non sono riusciti a rimuovere la sensazione, seppur scomoda, di dover terminare quanto iniziato.

Ma veniamo al nocciolo della questione: It.

“Il clown, aveva spiegato Hagarty, era un incrocio fra Ronald McDonald e Bozo, quel vecchio pagliaccio televisivo. Almeno così gli era sembrato sulle prime. Il riferimento gli era stato suggerito da quei ciuffi spettinati di capelli arancione. […] Il sorriso dipinto sulla sua faccia bianca era rosso, non arancione, e gli occhi brillavano di uno strano color argento. […] Indossava un ampio costume con enormi bottoni arancione a pompon e sulle mani aveva guanti da cartone animato.”

It non è un semplice mostro e soprattutto non è un clown. Si tratta piuttosto di un’entità, una forza ancestrale, piovuta su questo mondo milioni di anni fa, in grado di assumere la forma delle più grandi paure di chi ha di fronte (ricordate i mollicci di Harry Potter?): la sua arma è il terrore stesso. Come se non bastasse, a opporsi a questa forza sovrannaturale, ci sono 6 normalissimi ragazzi e una ragazza, anzi, sette perdenti: chi balbuziente, chi sovrappeso, chi asmatico, tutti irrimediabilmente bullizzati e bistrattati dai coetanei. King ci insegna che gli eroi, quelli veri, magari saranno giovani, forse saranno anche belli, ma certamente non sono perfetti. 

E dunque di cosa parla It? Si tratta veramente del racconto di un gruppo di ragazzi che lottano contro un sanguinario clown dai denti aguzzi? Io credo piuttosto sia la storia di sette adolescenti soli che lottano contro la quotidianità e contro le proprie paure; la storia di come trovarsi abbia dato loro la forza di affrontarle; di come sono diventati adulti, di come si sono allontanati da Derry e di come, nonostante tutto, vi torneranno per affrontare ancora una volta i timori che credevano o fingevano di aver dimenticato. It parla di come siamo lo specchio degli eventi che sono accaduti a noi e intorno a noi, di come ogni cosa ci influenzi e contribuisca a renderci ciò che siamo, e di come probabilmente diventiamo adulti proprio quando ne prendiamo consapevolezza e chiudiamo i conti in sospeso con il passato.

“Forse è per questo che Dio ci fa piccoli e vicini al suolo.
Forse è perchè sa che dovremo cadere spesso e sanguinare molto prima di imparare quell’unica semplice lezione. Si paga per quel che si ottiene, si ottiene ciò per cui si paga… e prima o poi quel che ti appartiene torna a te.”


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