La fabbrica del vinile. Velvet Underground-Velvet Underground&Nico

Mi viene difficile ascoltare questo album un giorno diverso dalla domenica, è più forte di me, però è successo, è successo oggi, che ho deciso di parlarvi di questo album.

In realtà non fa parte della mia personale collezione, mi è stato “prestato” da una persona molto cara come primo vinile di prova per il mio primo ascolto del mio caro Teac TN-300, e anche quel giorno non era domenica. Ero emozionato come un bambino all’ascolto del mio primo vinile con il mio primo giradischi, l’ho ascoltato diverse volte e non me ne stanco mai, proprio perché “Velvet Underground & Nico” dei Velvet Underground è un puro capolavoro, viene il piacere ad ascoltarlo proprio in vinile, con le sonorità un po’ psichedeliche, un po’ spigolose avanguardistiche, proprio queste sonorità che furono indigeribili per l’industria discografia dell’epoca.

Siamo nel 1967 e già i Velvet Underground si sono guadagnati la fama di band tra le più oltraggiose della scena newyorchese. Un mix esplosivo di musicisti, le chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison, John Cale alla viola, pianoforte e basso, Nico cantante “fatale”, imposta proprio da Andy Warhol e, per concludere, Maureen Tucker, la più famosa batterista donna della storia del rock.

Lou Reed e tutta la band riescono a creare un suono unico, con una viola elettrica, una chitarra in piena distorsione con il volume sempre al massimo, la seconda chitarra che da sostegno alla prima e una batteria perfetta per creare un sound inaudito.

Non è domenica, ma ascolto “Sunday Morning”, una filastrocca eterea e delicata, canzone che apre questo album, è possibile godere di queste sonorità e tornare a viaggiare verso orizzonti lontani grazie alla voce di Lou Reed, talmente trattata che si fa effeminata, accompagnata soltanto dal tamburello e dallo xilofono, una voce suadente che fa pensare ad un perverso incantatore.

Segue “Waiting for the man” dove le sonorità ovattate vengono sostituite da un rock’n’roll scarno, tutto in battere con un cantato distaccato e ripetitivo, per introdurci alle storie che i Velvet Underground vogliono raccontarci, storie di alienazione, solitudine, perdizione fisica e morale, tra amori sadomaso, droga, prostitute, violenze e assassini. Ma ancora siamo all’inizio, ci sono le sonorità dolci di “Femme Fatale”, affidata all’incantevole voce di Nico, giusto per far confondere un po’ le idee, perchè se si ascolta distrattamente questo album senza entrare nei dettagli delle parole può sembrare un album incantato che ti porta in un mondo fantastico.

L’incanto svanisce con “Venus in Furs”, capolavoro nel capolavoro, ispirato all’omonimo romanzo, si narra di una storia di sesso, morbosa e malata, la viola elettrica di John Cale evoca scenari apocalittici, si amalgama perfettamente con il recitato di Lou Reed e il drumming di Maureen Tucker.

Si ritorna ad un clima rilassato con “Run Run Run”, che però è solo una distrazione prima di ritornare nelle viscere della metropoli con “All tomorrow’s parties”, pietra miliare di ogni suono dark, brano impressionante, avanti anni luce rispetto alle innocue ballate dell’epoca. Si scende ancora più nelle viscere con “Heroin”, sette minuti di canzone, suoni maestosi, con un climax perfetto, una disperata ricerca di liberazione, un affresco psichedelico dipinto perfettamente da tutti i componenti della band.

Il clima si fa più disteso con “There she goes again” e “I’ll be your mirror” con un arpeggio melodico che disegna una trama dolce e poetica.

Si ritorna nei baccanali dei Velvet Underground con il finale di “Black angel’s death song” e “European son”, la viola tagliente penetra in profondità, chitarre distorte, il crescente battito della batteria si fa sempre più palpitante a segnare per sempre il mix unico di rock, blues, psichedelia e avanguardia. 

Pino Puglisi

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