Zenobia. Nino.

Nino si assentava spesso da scuola perché soffriva di un male ai polmoni. Le sue assenze erano molto lunghe e capitava che all’appello la maestra di matematica saltasse il suo nome. Le veniva un colpo quando, chiuso il registro, si accorgeva di una manina alzata, in seconda fila, lontano dalla finestra. C’era o non c’era, per noi era la stesso. Infatti Massimo, il suo compagno di banco, a forza di stargli accanto, aveva imparato a rantolare come lui. E quindi, se Nino mancava, il rantolo si sentiva lo stesso. Era pallido come i manichini esposti nelle vetrine del corso, gli occhi grigi in inverno e azzurri in estate. Suo padre gli rasava i capelli ogni mese. Nino diceva che così sarebbero cresciuti più forti. A noi andava bene perché ci piaceva accarezzare i suoi capelli. Lo accarezzavamo e ci sembrava di lisciare il pelo di un daino.
L’estate donava un po’ di tregua ai polmoni di Nino. Lo si vedeva spesso gironzolare per i vialetti della Villa comunale, del resto era casa sua. Il padre, infatti, era il custode della Villa. Vivevano in una casetta un po’ nascosta dagli abeti e dagli oleandri, in fondo al viale principale che tagliava in due il parco. Il retro della casa era cinto da un giardino abbandonato, assaltato da sterpaglie, erbaccia cattiva che il custode non si degnava di pulire. In estate il giardino si trasformava in un inferno di zecche e cicale.
Per me e Salvo, il mio migliore amico, l’estate era la stagione delle fionde. Ci arrampicavamo su per i pioppi nel cortile dell’oratorio e cercavamo i giusti rametti a forma di rondine. Una volta che le fionde erano pronte, andavamo a caccia di Nino alla Villa. I piccioni e i ramarri ci avevano dato noia, bersagli troppo facili da colpire. Colpire Nino, invece, era come catturare un fantasma. Lo cercavamo per tutto il parco e ci sfuggiva come acqua tra le dita. Spariva tra i gigli e ce lo trovavamo di spalle, Salvo gli lanciava una raffica di pietre ma riusciva a graffiare soltanto l’aria. Quando si trovava nelle vicinanze, non potevamo accorgerci di lui: in estate Nino non rantolava. Era divertente cacciarlo e anche Nino si divertiva perché le rare volte che lo stanavamo, notavamo il sudore bagnargli gli occhi azzurri e la saliva pendergli dalle labbra sorridenti. Il custode però, quando si accorgeva della caccia, impazziva di rabbia e ci inseguiva bestemmiando, maledicendo le nostre madri. Scappavamo allora sguaiati a gambe levate, lasciando cadere le nostre fionde, sapendo che Nino le avrebbe raccolte.
Quando Nino morì era inverno, poteva morire solo in inverno. I miei genitori mi costrinsero a partecipare alla veglia dicendomi che così Nino non si sarebbe sentito solo. Cercavano di rincuorarmi dicendo che adesso avrebbe raggiunto la mamma in paradiso ma non ero tanto triste per la sua morte dato che i maestri e i miei genitori ripetevano spesso che Nino sarebbe morto presto. Il giorno della veglia il cielo era terso ma il sole brillava irrequieto e distante, sembrava volersi allontanare nello spazio e lasciarci tutti al buio per sempre. Faceva un gran caldo nel salone della casa di Nino, il padre teneva i riscaldamenti al massimo. Accanto al televisore, poggiava un cesto ricolmo delle fionde che io e Salvo abbandonavamo a terra per colpa del custode. C’era poca gente, un paio di facce sconosciute e qualche mio compagno di classe con i genitori, neanche Massimo era venuto. Nino era disteso sull’unico letto della casa. La finestra a lato del letto dava sul giardino e il sole bagnava la fronte di Nino. Era pallido come lo era sempre stato se non che il pallore vestiva anche le labbra, gli occhi chiusi e gonfi come due mandorle, i capelli paglierini accuratamente rasati. Il custode cingeva con le mani i piedi di Nino e li baciava, i suo grossi baffi grigiastri gli sfregavano i piedi. Mi chiedevo se Nino soffrisse il solletico in quel momento. Quel pensiero mi fece ridere così tanto che dovetti scappare fuori di casa e ne approfittai per recuperare un paio delle mie fionde.
L’estate successiva, io e Salvo ci chiedemmo che fine avesse fatto il custode dato che smise di perseguitarci. Decidemmo allora di andarlo a trovare una domenica pomeriggio quando la Villa era chiusa. Entrammo dal retro scavalcando il cancello. Ci intrufolammo in giardino muovendoci tra le sterpaglie con le braccia nascoste dentro le magliette così da non farci attaccare dalle zecche. Ci avvicinammo alla finestra e spiammo Pamela e il custode distesi sul letto, nudi e abbracciati. Pamela era una povera scema che si vendeva ad altri poveri scemi. Bussammo con forza alla finestra svegliandoli. Il custode alla nostra vista gridò il nome di Nino, cadde dal letto e impacciato cercò di coprire il suo corpo e quello di Pamela. Fuggimmo ridendo, non sapendo che il giorno dopo il custode si sarebbe impiccato, forse per colpa nostra, colpevoli di aver dato vita al fantasma di Nino, una domenica d’estate.

Pierluigi Bizzini

35882507_1946855498958492_3488035746734931968_n (1)

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: