Zoe. Circa 10000 Chilometri

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di Zoe Giordano

Un oceano quello che attraversa la distanza tra casa e un luogo sperduto nella foresta amazzonica, la casa di qualcun’altr*, che potrebbe diventare anche tua se lo desideri. Per arrivarci…acqua, terra e aria: non è un passaggio scontato quello da una metropoli globalizzata a un villaggio rurale e autosufficiente.

Spogliarsi della scansione del tempo che ci governa nella quotidianità sia lavorativa che festiva, lasciare indietro quello che non c’è, quello che non fa parte del qui e ora: vivere in Amazzonia è un’eterna quarantena, ma volontaria e serena. Ci si sveglia con il sole e si esce dal bozzolo della zanzariera che ti protegge nella notte dai morsi della giungla. Il fuoco è acceso, qualcun* ha già preparato il caffè, dei signori siedono sulle panche e si scambiano le notizie della notte, bevono aguardiente con escremento di api e miele, una pozione per resistere alla giornata e al suo calore. Una signora raccoglie la yuca lasciata fermentare in un barile e la posa su un tavolo di legno.

Poco più in là due ragazze raccolgono foglie da diverse piante, sono curative, dicono. Il loro sorriso è il mio buongiorno. Riescono a calmarmi, a non farmi pensare a che giorno sia o a che ora sia necessario fare qualcosa. Non ci sono orari, tutto è scandito dai bisogni del corpo e da quelli collettivi.

Un bambino torna dal fiume con un pesce buffo sulle spalle, ma è grande e lui è molto fiero e soddisfatto. Farà mangiare tutta la sua famiglia. E io, oggi, faccio parte di quel nucleo. Mi sento accolta come poche volte nella vita, non ci sono chiavi né porte, tutto è fluido e uno sguardo mi spiega che non devo aspettare nessun invito…qui esiste un concetto diverso di proprietà privata. Quello che offre la terra è mio e tuo, è di tutte e tutti. Si usa acqua piovana e si comprano solo riso, zucchero e sapone.

Mentre viaggiavo lungo il Rio delle Amazzoni, è arrivato l’avviso di chiudere tutte le comunità indigene e non lasciar entrare nessun turista per evitare i contagi di coronavirus. Era già tardi quella sera per poter rientrare a Leticia, ma ci hanno accolto sull’Isola del Cacao, dal lato del Perù, per passare la notte e organizzare il ritorno.

La famiglia sarebbe stata così felice se avessi deciso di fermarmi con loro. Quel tempo mi avrebbe insegnato tantissimo, arricchito di conoscenze, sapori, odori e sensazioni irripetibili al di fuori della foresta amazzonica. Insieme avremmo potuto ragionare su delle cose, incontrarci in stanze mai visitate e creare istinti nuovi. Ci saremmo ascoltat* e consegnato una libertà inafferrabile.

Il virus è già arrivato in una comunità nell’Amazzonia brasiliana e ha già ucciso una donna. Non possiamo permetterci di metterl* in pericolo, di imporre loro i virus del mondo globalizzato e lasciarli morire, come durante la colonizzazione.

Mi è sembrato giusto proteggere queste terre e i loro popoli.Queste persone sembrano avere ben chiari dei concetti che per molt* di noi del mondo “moderno” non sono scontati: la cura reciproca, la solidarietà e il sostegno, la condivisione, l’agire collettivo e per la collettività e la responsabilità comunitaria. Voglio immaginare che questo momento e quello che seguirà riesca a rimettere al centro queste pratiche nei luoghi che attraversiamo, nelle case, nei posti di lavoro, nei quartieri e che cresca il livello di autocoscienza e di autonomia rispetto alle regole del gioco capitaliste imposte dai governi e dalle potenze mondiali.

Ho scambiato racconti di vita completamente opposti ma sentimentalmente vicini con queste persone. Chissà quando ci rivedremo, ora c’è un nuovo ponte costruito insieme a quelle persone, che cambia la misura di questi chilometri.

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